Chiara Pallaro, fisioterapista.

dott. Atanasio ortopedico

Funziona quasi sempre così, con la vita che ti mette davanti a delle scelte da prendere e a delle strade da iniziare. Funziona che le cose importanti accadono, e cambiano il modo di vedere le cose. Chiara Pallaro oggi è una fisioterapista innamorata del suo lavoro, e la strada che l’ha portata ad arrivare qui e oggi è iniziata in un istante preciso. In un giorno di dolore. “Era il 2002 e mia zia, che all’epoca aveva 28 anni quindi poco più grande di me, venne colpita da un ictus. Quel momento, ma soprattutto quello che è venuto dopo, mi hanno fatto comprendere e mi hanno aperto gli occhi”.

Ha voglia di raccontarci perché?

Semplicemente, ho compreso che dietro a quello che era capitato a mia zia c’era un mondo di necessità e di attenzioni, un mondo fatto di mani e di lavoro, fatto di voglia di tornare a vivere e a sorridere. Osservando mia zia, osservando i suoi progressi raggiunti giorno dopo giorno grazie a chi lavorava con lei, mi sono resa conto che avrei voluto fare quello. Perché ho notato subito che questo è un lavoro fatto di scambi.

Ovvero?

Dai tanto, ma allo stesso tempo ricevi.

Quali sono state le sue esperienze?

Terminati gli studi ho lavorato per tredici anni in una clinica dove ho maturato un’esperienza enorme. Avevo a che fare con pazienti di ogni tipo: ortopedici, neurologici, in stato vegetativo. Ed ero inserita in una équipe con la quale sono sempre riuscita a portare avanti un lavoro di squadra molto bello, fatto di rapporti professionali ricchissimi.

Poi?

Poi, non riuscivo più a conciliare ritmi e orari della clinica con la famiglia, e ho capito che avrei dovuto cambiare dimensione: grazie alla mia amica Chiara che lavorava in Olos e che con me ha condiviso tutto il percorso di studi, sono arrivata qui.

E cosa è cambiato?

Tanto, e tutto in meglio: il rapporto diretto con il paziente, che qui seguo per un percorso più lungo e articolato, diventa un valore aggiunto che prima non conoscevo e al quale ora non posso rinunciare. E poi, qui, ogni giorno ci si mette in gioco: arriva un caso particolare, e io allora torno a casa e passo la notte a studiare per capire come affrontarlo. C’è sempre qualcosa di nuovo, qualcosa di più.

Perché Olos è diverso?

Per l’aria che qui dentro si respira, per la collaborazione enorme che si crea naturalmente tra noi dello staff, per la complicità che c’è tra noi: stiamo bene, e il paziente lo percepisce subito. Questo è il punto di forza di questo posto: lo stare bene, uno stare bene che è contagioso.

Ci racconta un caso, un episodio, un paziente particolare?

C’è un ragazzino con una disabilità importante che viene ogni settimana: con me, lui, si apre. E parla, racconta…tanto che il padre seduto in sala d’aspetto ogni volta resta stupito. Questa cosa è molto bella, mi fa capire che c’è un mondo oltre la fisioterapia e che un paziente quando si affida a te per stare meglio finisce con l’aprirsi. L’affidarsi, che diventa fidarsi.

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