Salvatore Atanasio, ortopedico specialista per la scoliosi e le patologie della colonna

dott. Atanasio ortopedico

Le persone, sì, le persone: sono quasi sempre loro, le persone – incontrate, sfiorate, conosciute, accompagnate – a fare la differenza nella vita. Lo sono per tutti, lo sono anche per un medico: il dottor Salvatore Atanasio, specialista per la scoliosi e le patologie della colonna, ha una storia da raccontare. Fatta di persone, appunto, e di momenti capaci di entrare nella nostra esistenza e cambiarla: senza chiedere permesso, senza preoccuparsi di disturbare. “Io – racconta il dottor Atanasio – credo che nel corso della nostra vita accadano delle cose, e che queste cose poi finiscano con il decidere il nostro futuro. Ero uno studente al quarto anno di medicina e per caso raccolsi l’invito di una mia cugina, istruttrice di educazione fisica: aveva conosciuto un ortopedico che si occupava di scoliosi al Gaetano Pini, e questo ortopedico cercava qualcuno che gli scrivesse i referti e le ricette mentre visitava. Quell’ortopedico di chiamava Paolo Sibilla, e mi ha cambiato la vita”.

Perché?
Era un professionista affermatissimo, e molto richiesto. Con una caratteristica: lavorava tantissimo, riusciva a fare anche quaranta visite al giorno ed era proprio questo il motivo per cui chiedeva un aiuto. Serviva qualcuno che lo affiancasse per abbreviare i tempi. Fin dal primo momento, mi ritrovai catapultato in una realtà frenetica, in un mondo senza pause: lui aveva talmente tanti pazienti che passava le sue ferie in giro per l’Italia a fare visite. Milano, Parma, Pescara, Catania… Si lavorava tutto il giorno con dei ritmi allucinanti, spesso capitava di finire le ultime visite alla una o alle due di notte. Lui era stimatissimo, i suoi pazienti lo conoscevano: non dimenticherò mai quelle mamme che arrivavano con i loro bambini in pigiama, li facevano dormire su una poltrona della sala d’attesa, li svegliavano per la visita e poi li riportavano a casa nel cuore della notte.

Ed è iniziato tutto così?
Vivere accanto al dottor Sibilla mi ha insegnato tutto e mi ha indicato la strada: è stato lui a chiedermi di fare la specializzazione e di lavorare nel suo reparto al Don Gnocchi ed è stato lui a insegnarmi tutto.

Tutto, cosa?
Mi ha insegnato tantissime cose, ma soprattutto mi ha trasmesso l’importanza del comunicare. La relazione con il paziente è fondamentale, e infatti i suoi pazienti lo adoravano: facevano attese di tre o quattro ore, le visite accumulavano ritardi, ma nessuno si lamentava. Mi ha insegnato il rispetto: aveva ritmi allucinanti, ma riusciva sempre a tenere altissimo il livello di attenzione. Certo, subito dopo pranzo gli calava un po’ la palpebra perché pranzava sempre con due arancini: ma non c’è mai stata una visita “svogliata”. E poi, mi ha insegnati una cosa: l’ultima.

Ovvero?
Lui dopo la pensione ha continuato a visitare, ha mantenuto i suoi studi e i suoi pazienti, ha continuato a sacrificare le ferie per lavorare. Ed è morto mentre stava visitando, perché aveva chiesto troppo al suo corpo e alla sua vita. Mi ha insegnato che serve mantenere un equilibrio. Infatti, a un certo punto del mio percorso mi sono accorto che mi stavo avviando a quel tipo di vita: sempre sotto pressione, al lavoro sette giorni alla settimana, pochissimo spazio per me e la mia famiglia. Il suo insegnamento, il suo esempio mi hanno fatto fare un passo indietro.

Parliamo del suo lavoro.
Io non sono uno specialista, di più: la mia iperspecializzazione mi porta ad occuparmi della schiena in un’ottica conservativa, e in una patologia come la scoliosi che trattano veramente in pochi. Diciamo che sono talmente specializzato, che sono gli specialisti a mandarmi i loro pazienti.

E chi sono i suoi pazienti?
Generalmente, ragazzini. Anzi, ragazzine perché la scoliosi colpisce prevalentemente le femmine. Ragazzi a cui è stata diagnosticata la scoliosi o per i quali è stata richiesta una valutazione. E poi qualche adulto, che magari hanno avuto la scoliosi da giovani, persone affette da lombalgia che resta una delle patologie più diffuse. Ma ho soprattutto a che fare con giovanissime e giovanissimi. E qui sta il bello, e allo stesso tempo il brutto del mio mestiere.

Perché?
Perché non è facile dire a una ragazzina che già sta attraversando un periodo complicato, teniamo conto che generalmente la scoliosi si manifesta ed evolve con l’arrivo delle prime mestruazioni,  che dovrà portare un corsetto. E che dovrà portarlo per tutto il giorno. Non è facile: i ragazzi a quell’età vivono una socialità nuova, hanno a che fare con i primi amori, hanno un rapporto delicato con il proprio corpo. Ecco, questa è la parte più difficile della terapia.

E come la si affronta, questa parte?
Bisogna sdrammatizzare. Io dico sempre ai miei ragazzi di appendersi davanti un cartello con la scritta “Lavori in corso”: perché di questo si tratta. Molti di loro hanno il corsetto, magari l’apparecchio in bocca e gli occhiali: ecco, diciamo che stanno facendo dei lavori sul loro corpo. Bisogna sdrammatizzare, davvero: e soprattutto, serve l’appoggio dei genitori. Perché nessun ragazzo da solo si sognerà mai di mettersi un corsetto.

E questo appoggio, c’è sempre?
Spesso, non sempre: a volte capita di consegnare il corsetto e di vedere la mamma che piange. Ecco, diciamo che questo non aiuta… Il momento della consegna è sicuramente quello più complesso: io e i tecnici cerchiamo sempre di fare un po’ di “cabaret” per strappare qualche sorriso, ma abbiamo bisogno del sostegno della famiglia. Anzi, sono i ragazzi ad averne bisogno: della famiglia, e degli amici che possono essere un aiuto importante. Poi, ci sono anche i momenti bellissimi.

Ecco: raccontiamoli…
Quando comunichiamo che il corsetto non serve più, che lo si può togliere: ed è bellissimo vedere le lacrime di gioia di questi ragazzi, talmente bello che ogni volta mi commuovo anche io e un po’ mi vergogno a dirlo. Perché anche dopo aver visto tantissimi casi e centinaia di storie, la sensibilità è rimasta.

E meno male.
Ora si è molto più attenti a questi aspetti, per fortuna. Ricordo un collega, in ospedale: per lui era impensabile mostrarsi empatici con i pazienti, era una forma di debolezza e questa era la scuola in cui si era formato. Ecco: io penso che chi non è in grado di empatizzare con i pazienti, non dovrebbe fare il medico.

Olos: cosa trova qui il paziente?
Uno dei pochi posti in cui si fa chinesiterapia specifica. Uno dei pochissimo posti in Italia dove si fa terapia e ginnastica in acqua. E soprattutto, un modo di essere e di pensare: un’attenzione alla cura della persona che è colonna portante della filosofia del centro, e che guida tutto. Dalla scelta dei professionisti, all’attenzione continua nei confronti del paziente.

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