Carlo Broggini, l’osteopatia e la sua evoluzione negli ultimi 20 anni

osteopatia

Ci sono quotidianità diverse dalle altre. Fatte di gesti, fatte di mani usate e di parole dette. Fatte di persone che vengono da te perché vogliono tornare a stare bene, fatte di fiducia totale, fatte di dolore e di sorrisi. Carlo Broggini è un osteopata, e queste sono le sue quotidianità: il suo studio poco lontano dal centro di Varese, proprio dove il Sacro Monte e il Campo dei Fiori iniziano a macchiare la città con la loro voglia di montagna, è un luogo pensato e fatto nascere con un solo obiettivo. Aiutare le persone a tornare a stare bene. 

Parlare di osteopatia oggi non è solo interessante, non è solo utile: è necessario. Farlo con Carlo è anche piacevole, se non altro per quella passione genuina che viene fuori da ogni parola, quando racconta di quella che è la sua vita.

“Per capire quando tutto è iniziato – racconta – bisogna davvero andare indietro nel tempo: tanto tempo. Avevo forse 14 anni, e a Varese c’era un chiropratico: il dottor Meersemann. Io ero un suo paziente e quel mondo mi affascinava: mi piaceva quel modo di lavorare, molto fisico e “reale”. E soprattutto, provavo su me stesso che quelle tecniche funzionavano e mi facevano stare meglio”

Poi, cos’è successo?
Diciamo che quel fascino, quel pensiero, quella idea abbozzata se ne sono restati lì per un po’. Latenti, ma presenti.

Finché…?
Ho avuto la fortuna (e anche un po’ la sfortuna, perché non ho mai avuto un rapporto facile con lo studio…) di frequentare la Scuola Europea, di girare il mondo, di conoscere e toccare con mano. Si è presentata l’opportunità di studiare all’estero: negli Stati Uniti, oppure in Inghilterra. Come detto mio rapporto con lo studio all’epoca era un po’ particolare: quando ho scoperto che per frequentare quei corsi avrei dovuto indossare una divisa e non sarei potuto andare in jeans e maglietta, ho rinunciato.

E?
E ho ascoltato quella che è sempre stata la mia seconda passione: lo sport. Mi sono  iscritto all’ISEF, ho deciso di prendere quella strada. Anche se non è stato semplice farlo accettare a tutti.

Perché?
Mio padre non ha mai sopportato una cosa: le scelte al ribasso. Mai. E vedeva la mia decisione di fare l’ISEF come una sorta di scappatoia dalla fatica, come una scelta dettata dalla volontà di non impegnarmi troppo piuttosto che da una reale passione.

Poi, questa scelta è stata accettata?
Ricordo, e ricorderò sempre, un viaggio. Io e mio padre, da soli, in Svizzera. Un evento, perché per lui perdere un giorno di lavoro era qualcosa di inconcepibile. Ricordo che eravamo a pranzo e lui, guardandomi negli occhi, mi disse una frase molto semplice ma allo stesso tempo potente e definitiva. “Vuoi fare l’ISEF? Fallo. Ma fallo bene”. E allora sono partito, spinto da quella passione per lo sport che non era quella del tifoso. Io ho sempre amato, ed è tuttora così, lo sport nei suoi aspetti più tecnici e sociali: non mi interessa chi vince, non conosco i nomi di chi fa i record del mondo, ma amo conoscere gli uomini che stanno dietro a una prestazione. E in Cattolica, a Milano, ho trovato l’ambiente che faceva per me: con un impianto pedagogico che mi ha fin da subito affascinato e colpito. Ho finito l’Università nel 1999, e ho iniziato subito a insegnare a scuola. L’insegnamento è qualcosa che ho sempre amato e sempre amerò: infatti, non l’ho mai abbandonato e ancora oggi ho il mio spazio dietro una cattedra. Che mi piace, mi piace molto.

 quel fascino? Quella passione per “usare le mani”. Quando è ritornato tutto?
Come detto, era qualcosa che probabilmente è sempre rimasto lì. Ed è bastato poco per farlo tornare a galla. Un amico, un compagno dell’ISEF, Mauro: un giorno mi dice “Mi iscrivo a osteopatia”. E io: “Bello: che cos’è?”.

Ed è iniziato tutto così?
Sì, da una domanda. Molte cose, spesso le più belle, nascono da una domanda. E da un po’ di incoscienza: quella che mi ha spinto a seguire il mio amico Mauro Vecchiato, che oggi è un collega, e a iscrivermi a osteopatia.

Che tipo di mondo si è aperto?
Il primo colpo di fulmine è arrivato quando ho fatto mio l’approccio molto fisico che si crea con il paziente: la necessità di conoscere la persona che è sdraiata sul tuo lettino dal punto di vista sensoriale e non puramente cognitivo. Ecco, questa è una cosa che ho sempre avuto dentro ed è il motivo per cui non mi sono iscritto a medicina pur avendo superato il test fi ingresso: c’era un approccio troppo cognitivo, troppo scientifico. E poco fisico. Io credo che osteopatia innanzitutto significhi questo: andare oltre quello che si è studiato, spinti da un grande amore per l’altro.

Cos’era l’osteopatia nel 1999?
Quando ho iniziato, ho avuto la fortuna di avere come insegnanti i pionieri di questa disciplina: Marco Giardino, Paolo Castagna, Alfonso Mandara, Roberto Scognamiglio. E di avere a che fare con i primissimi allievi del primo corso a tempo pieno fatto in Italia. Noi, che frequentavamo il corso a tempo parziale riservato a chi era già laurerato, li vedevamo e ci sembravano di un altro pianeta, forti di una preparazione elevatissima e impeccabile. Ho subito deciso che io non avrei potuto essere meno preparato di loro: ecco perché non ho mai smesso di studiare e di aggiornarmi, ecco perché sono arrivate una seconda laurea all’estero e il Master in Bicocca, ecco perché ancora oggi dedico del tempo quotidiano all’aggiornamento.

E in questi vent’anni, cos’è successo all’osteopatia?
Una cosa fondamentale: in moltissime parti del mondo l’osteopatia è stata riconosciuta a pieno titolo ed è entrata nel mondo sanitario a tutti gli effetti. Ha iniziato a essere conosciuta, e a parlare un linguaggio comune. Ed è stato introdotto un concetto fondamentale: non più solo quello di un’arte sanitaria, ma quello del “razionale clinico”. Che ha portato a dover parlare la lingua di tutte le discipline sanitarie.

Spieghiamolo.
Per troppo tempo non ci siamo fatto una domanda fondamentale: “Ma questa cosa funziona davvero, oppure lo pensiamo solo noi? Ce la stiamo suonando e cantando da soli?”. Ed era una domanda da porsi, necessariamente. Da un lato c’è la teoria osteopatica, dall’altro c’è quello che viene chiamato “Evidence Based”: ovvero, lo studio delle evidenze e delle conseguenze effettive di cure e terapie. In mezzo a questi due concetti, tra l’arte studiata e tramandata e l’evidence based, c’è quello che chiamiamo Razionale Clinico. Ed è un mondo fatto di teorie che si mettono continuamente in discussione: tra quello che si è studiato, e quello che succede quando mettiamo le mani su un paziente e sul suo dolore. Ecco, che strada ha fatto l’osteopatia: da disciplina affascinante e un po’ artigianale ha preso la strada sanitaria, e sulla spinta di paesi come Francia e Inghilterra è diventata grande. Due anni fa, in Italia, con la Legge 3 del gennaio 2018 è stata individuata tra le prestazioni sanitarie, siamo solo in attesa del decreto attuativo.

E in questi vent’anni, com’è cambiata la percezione dell’osteopatia nella gente?
La gente sa che esiste, che esistiamo. Sono nate tante scuole e molte di altissimo livello, che richiedono un impegno davvero importante. La gente sa che esistiamo e sa perché esistiamo: vengono da noi per un problema reale, non per farsi fare un massaggio rilassante. Non vengono solo per stare meglio, vengono per risolvere un dolore e per tornare a vivere una vita normale: lavorativa, sociale.

Chi sono le persone che bussano alla porta di Carlo, osteopata?
Persone con un dolore, principalmente un dolore muscolo-scheletrico che il più delle volte è di origine sconosciuta. Persone che hanno fatto esami e lastre senza riscontrare particolari problemi, ma con un problema irrisolto. E un discreto numero di bambini, anche neonati: e lavorare con loro per me è una soddisfazione enorme.

Che cos’è il dolore?
Un segnale. Qualcosa che non dovrebbe esserci. Ecco, questo è il primo punto fermo perché su questo argomento sono state scritte enciclopedie e libri. Il secondo punto fermo è la sua soggettività:  quello che per me è doloroso, per un pugile equivale a una carezza. Dobbiamo invece portare il dolore su un piano oggettivo: è un campanello d’allarme. Oggi sappiamo con certezza che il dolore è prodotto al 100 per 100 dal cervello, e che noi dobbiamo imparare a distinguere  due tipi di dolore: quello utile e quello inutile.

E sarebbe?
Il dolore utile è il segnale che il tuo corpo ti invia per dirti che sta succedendo qualcosa che non va bene. Se appoggio la mano su una stufa rovente mi scotto, sento dolore e tolgo la mano: se non sentissi questo dolore probabilmente morirei bruciato. Alcuni dolori cronici sono inutili, quei dolori che mettono la persona in uno stato di allerta che non aiuta a risolvere il problema. Un esempio classico è il mal di schiena cronico, e che istintivamente mi porterebbe a stare fermo: un comportamento che mi dà l’illusione di proteggermi dal dolore momentaneo, ma che non risolverà il mio problema.

E in questo, l’osteopatia come si pone?
Con una pretesa enorme: quella di comprendere i meccanismi fisio e biomeccanici che stanno provocando il dolore. Innanzitutto cercando di capire se è di nostra competenza o no: dobbiamo fare una diagnosi osteopatica, non medica perché quella resterà sempre di competenza del medico e non dovremo mai permetterci di saltarla o di sostituirla. Capire cosa sta facendo scattare quel campanello d’allarme: ascoltando, toccando, facendo dei test diagnostici, degli esami obiettivi e parlando. Perché non bisogna mai dimenticare che dietro al dolore cronico c’è spesso un fattore dominante legato allo stress. L’aspetto bio-psicosociale è fondamentale e in questi ultimi anni si sta molto approfondendo, ma non deve diventare una trappola: bisogna essere realmente certi di una reale assenza di patologia, e non dimentichiamoci mai che noi facciamo gli osteopati e non gli psicologi. A ognuno il proprio mestiere. Perché altrimenti è pericoloso.

L’osteopatia funziona?
Sì: se 9 milioni di Italiani vanno dall’osteopata *, significa che funziona. E questo è un concetto importante, soprattutto per la gente che ha un problema. Però, a noi non può più bastare. Noi dobbiamo porci sempre la domanda “Perché funziona?”. Perché se funziona solo a far passare il dolore, allora significa che prendere un antinfiammatorio è la stessa cosa. No, noi non dobbiamo limitarci ad accettare il fatto che l’osteopatia funziona così come non possiamo limitarci a dire a noi stessi “I miei pazienti stanno bene”. Questo è ovvio, questo è un punto di partenza.

E qual è, invece, il punto di arrivo?
La specializzazione. Io ci credo, ci credo tantissimo: è sempre più difficile accettare il concetto di osteopata a tutto tondo, non esiste più. Perché anche nel nostro campo c’è chi si occupa degli sportivi, chi degli anziani, chi lavora in ambito pediatrico. Abbiamo davanti gli esempi di quello che succede nella fisioterapia, che si è specializzata e della specializzazione ha fatto un suo punto di forza. Se hai una protesi d’anca, non vai da un fisioterapista che si occupa di chi ha avuto un ictus: sono due mondi diversi. E la stessa cosa sta accadendo anche da noi, nonostante la resistenza di chi pensa che la specializzazione ci porterà a perdere il nostro olismo. No, noi resteremo olistici. Ma specialisti.

I pazienti che resteranno sempre in mente?
Paradossale: quelli che non ho trattato. Quelli che capisci subito che c’è qualcosa che non va, e li mandi a fare un controllo approfondito. Ricorderò sempre una signora, venuta da me con un dolore dorsale molto fastidioso: c’era qualcosa che non mi tornava e la rimandai dal suo medico per fare un approfondimento. Non la vidi per dei mesi, poi tornò a ringraziarmi: era un tumore, e l’aveva preso in tempo. E poi ci sono i pazienti che ti insegnano.

Cioè?
Un signore anziano venuto da me con un forte dolore alla spalla. Trattandolo il dolore migliorò finché un giorno lui mi disse “Basta così”. Io provai a convincerlo che avremmo potuto migliorare ancora, che non avevamo finito. Lui uscì in giardino, si mise davanti a una siepe e alzò il braccio che gli faceva male: “Riesco a tagliare la mia siepe – disse in stretto dialetto varesino – e  a me basta e avanza”. Stessa cosa con una suora, aveva un mal di schiena talmente forte che era costretta a dormire in piedi appoggiata al muro: dopo un po’ di trattamenti mi disse “Basta così, riesco a dormire nel mio letto e a pulire la sacrestia. Non mi serve altro”. E poi, quell’amico: il dolore non passava e io insistevo nel trattarlo, finché una notte è stato male e il giorno dopo è stato operato di calcoli alla cistifellea. Io non ci avevo capito nulla.

E cosa hanno insegnato questi pazienti?
Che non bisogna mai cedere alla routine, che bisogna sempre avere rispetto di chi hai sotto le tue mani, che davanti a te c’è sempre e comunque una persona. Che noi abbiamo a che fare con dei pazienti con una loro storia, non con la loro malattia. Noi abbiamo il dovere di risolvere il problema, ma non possiamo trattarli come un meccanico tratterebbe un’auto che ha un guasto: abbiamo il dovere di ascoltare, sempre. E avere il coraggio di guardare un paziente e mandarlo a casa senza averlo toccato perché quel giorno non serve, perché sarebbe inutile. Dobbiamo fare un passo.

Quale?
Passare dal “Voglio farti stare bene”, al “Voglio che tu stia bene”. In mezzo c’è un oceano, in mezzo c’è tutto. E c’è il senso di Olos, il centro che ho fatto nascere e che vede sotto lo stesso tetto l’osteopata, il fisioterapista, il medico dello sport, il fisiatra, l’ortopedico… Una rete, a servizio dello “star bene” del paziente. Un luogo capace di prendersi carico del paziente. Tutti, con quell’occhio capace di vedere e ascoltare: per capire quale sia la “siepe da tagliare” della persona che abbiamo davanti.

 

* Secondo i dati presentati dal sociologo Renato Mannheimer due italiani su tre conoscono l’osteopatia e circa il 20% l’ha utilizzata almeno una volta per se stesso o per un proprio familiare, con buoni risultati visto che la soddisfazione sfiora il 90%. 




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